MATTHEW HERBERT: MINIMALISMO E BIG BAND
di Federica Linke
 
Nel mondo dell’elettronica sono pochi gli artisti che hanno saputo imporre una visione così personale e originale con la stessa costanza e coerenza a cui MATTHEW HERBERT ci ha abituati nei suoi oramai 10 anni e più di onorata carriera artistica. Fin dalle prime esplorazioni del rapporto tra musica e performance attraverso l’arte e la tecnica del campionamento, Herbert sembra non essersi fermato un istante: dalla techno astratta di Wishmountain all’electro jazz di Dr. Rockit, dalla house rocambolesca del progetto Herbert fino alle sperimentazioni estreme di RadioBoy.
 
Con Herbert la dance music e l’elettronica in generale hanno potuto fregiarsi di un percorso artistico unico, sempre stimolante e sorprendente perché mai rettilineo o scontato. Meravigliano soprattutto l’integrità e lo spessore ideologico con cui Herbert da sempre cura i suoi diversi progetti, su un piano estetico quanto su un piano filosofico. In primo luogo, appunto, un’ideologia musicale, che nel 2000 si è perfino concretizzata in un vero e proprio dogma, il PCCOM (Personal Contract for the Composition of Music), ovvero 12 comandamenti nel rispetto dei quali si persegue l’originalità a tutti i costi. In secondo luogo un’ideologia dei contenuti per cui la musica, al di là delle regole estetiche e delle risorse tecnologiche, diviene un mezzo concreto attraverso cui interrogarsi sui paradossi e le storture del mondo moderno. Goobye Springtime, il suo ultimo lavoro, ben lungi dall’essere il disco che mai ci saremmo aspettati da Herbert, rappresenta a ben vedere l’evoluzione più logica della sua carriera musicale e del suo pensiero, come risulta chiaramente dalla chiacchierata che abbiamo avuto il piacere di fare con lui, a Bologna, in occasione del suo recente dj tour in Italia.
 
Ieri ero a Milano e sono stata alla tua serata. Che idea ti sei fatto del pubblico? Secondo te erano consapevoli di ciò che succedeva a livello musicale? Musica grandiosa ma anche molto underground…
Non saprei, come dj cerco di trovare un buon compromesso tra quello che loro vogliono sentire e quello che io voglio suonare. Perché, vedi, è molto semplice suonare quello che loro vogliono ma è molto semplice anche mettersi lì e dire ‘Oh si, sono importante, sono Herbert, posso suonare quello che voglio’. Per me la vera sfida è riuscire a far ballare alla gente musica che non ha mai sentito e che potrebbe essere davvero strana, così io provo e se la gente capisce e si diverte, bene, se non capisce…
Se non capisce invece?
In quel caso torno l’anno dopo e ci riprovo. No, quello che voglio dire è che tu puoi creare musica, o fare arte per la gente più stupida o che non ha interesse in quello che tu fai, ma non è quello che voglio io. Devi fare arte nel rispetto delle tue ragioni. Per me si è sempre trattato di un processo di seduzione, proprio come ad alcuni piacciono gli uomini, ad altri le donne, o gli animali, o…qualsiasi cosa…gli alberi! La gente è attratta da diverse cose, non puoi sempre sedurre tutti allo stesso modo, e qualcuno ti sfugge sempre.
Alcuni dei pezzi che hai suonato ieri mi hanno ricordato il tuo mix per la Trésor, Let’s All Make Mistakes. Mi pare però che tu te la cavi piuttosto bene ai piatti. Eppure per te e per la tua musica i ‘mistakes’, gli errori, sono elementi molto importanti.
Si, perché ho studiato e suonato musica jazz e classica, e lì se sbagli anche solo una nota, oh beh sei un pessimo musicista. Gli ‘errori’ non sono permessi. La rivoluzione della musica elettronica consiste proprio nel fatto che tutto è un ‘accident’, ogni suono, ogni combinazione di suoni. Ed è così anche quando faccio il dj. Anche se può sembrare poco professionale, i dischi che ho suonato ieri sera non li avevo mai mixati prima in un preciso ordine. Di solito mi dico ‘oh, vediamo che succede se ora metto questo disco!’
Ti vedi come un’eccezione per il fatto di essere oltre a un bravo musicista anche un produttore molto attento ai suoi progetti nella scena elettronica?
Non saprei davvero, sei tu la giornalista che deve decidere. Io purtroppo parlo solo con gli amici o con persone che tengono moltissimo alle cose che faccio. Ciò che manca nella musica elettronica è il contesto. La musica elettronica a volte è troppo astratta e sembra esistere in un altro mondo rispetto alla CNN, alla BBC o a George Bush. Penso che questo sia vergognoso, un fallimento in un certo senso, perché è importante rappresentare un mondo alternativo ma credo sia altrettanto importante tenere i piedi ben saldi nel mondo reale, ed esprimere delle opinioni sullo stato delle cose.
Non credi sia rischioso includere ragioni politiche in una musica che è per lo più indirizzata al ballo?
Certo che è difficile. Ma la musica è una serie di domande, e se noi ci definiamo artisti, beh allora spetta a noi trovare le risposte. Siccome musicalmente è già stato fatto tantissimo, una domanda che ti fai è: ‘E’ possibile fare un disco house che suoni originale?’. Oppure ‘Si può essere originali e politici allo stesso tempo in un disco di house music?’. Le domande sono tante e dipendono dalla visione che tu hai del mondo. Un importante problema è che noi oggi viviamo in una società basata sul consumismo dove tutto ruota intorno all’ego delle persone - le mie opinioni, i miei soldi, la mia nuova macchina, il mio nuovo telefono, e così via. Spesso questo sterile egocentrismo si traduce sfortunatamente anche in musica. Per questo motivo per me fare un disco con una big band ha rappresentato un’esperienza incredibile perché io lo sento come il lavoro di una comunità: un disco suonato da 20/30 musicisti, più centinaia di persone nel resto del mondo che si occupano della sua distribuzione, e tutto su canali indipendenti.
E’ un grande risultato infatti per un artista che ha sempre cercato di essere indipendente. Il tuo ultimo disco come Radioboy, The Mechanics Of Destruction, è stato addirittura distribuito gratuitamente. Insomma è evidente che ci sono dei notevoli cambiamenti nel modo di fruire la musica, ma l’industria discografica anziché andare incontro alle esigenze della gente, pensa di dichiarare guerra, come ai siti di sharing musicale. Mi piacerebbe conoscere la tua opinione.
Penso che l’industria musicale, le majors, abbiano imbrogliato la gente e gli artisti per anni. I dischi costano troppo, perciò non dovrebbero meravigliarsi se la gente ha trovato un modo per arrivare alla musica senza spenderci troppi soldi. Ma credo anche che quando si tratta del tuo artista preferito, finisci per volerlo supportare comprando il suo disco, per cui non penso per me possa essere un problema. E’ un problema per gente come Eminem, ma loro vendono comunque milioni di dischi. E’ solo avidità. Il punto è che nell’industria musicale, paradossalmente, non c’è abbastanza immaginazione per pensare di risolvere il problema in altri modi. Per noi distribuire il disco di Radioboy gratuitamente è stato pazzesco, perché ha richiesto un sacco di lavoro e di soldi. Ma quando ti voti a un ideale non puoi tirarti indietro. La distribuzione faceva parte del processo artistico del disco, la musica non era così importante. Ciò che è importante è che ho fatto un pezzo utilizzando una confezione di Mc Donalds, non tanto la musica in sé. E’ stato incredibile poi il dialogo che abbiamo avuto con il pubblico. Nei pacchetti che ci hanno spedito c’era di tutto: soldi, libri, musica, foto, francobolli. Bellissimo, perché è stata la prima volta che ho stabilito una giusta connessione con il pubblico.
Molto futuristico comunque…
Ma anche molto démodé, perché abbiamo dovuto affidarci alle poste, era più facile spedire il disco che farlo scaricare.
Anche il tuo ultimo disco è démodé. Oh mio Dio, il swing! Anni e anni fa. Come mai hai scelto lo swing?
Si (risate). Ascolto jazz da sempre, e non sono mai stato un grande fan del free jazz e degli assoli. Non è stato male per un po’, nei ‘60/’70 era buono. Ma col tempo si è trasformato in un linguaggio inadeguato, incentrato sull’ego dei musicisti e incapace di comunicare con i tempi attuali. A me piaceva molto l’idea di lavorare con una big band dove ciascuno è importante. Proprio come nella società dove ciascuno ha un ruolo, ciascuno è fondamentale. E così vorrei che anche la musica elettronica prendesse le distanze dall’ego di una singola persona davanti al suo computer.
E’ stato difficile trovare un equilibrio nell’utilizzare le macchine in questo tipo di musica?
E’ stato molto difficile. Abbiamo lavorato sei mesi sulla musica e gli arrangiamenti poi siamo stati 4 giorni ad Abbey Road per le registrazioni con la band. Dopodiché io ho avuto tre mesi per il mio lavoro al computer. In realtà dopo Abbey Road è stato in un certo senso difficile rimettere le mani sopra quelle registrazioni, in quanto ci sono costate così tanto tempo e soldi ed erano inoltre così perfette che era folle ritoccarle. Ho avuto bisogno di una pausa di due mesi prima di intervenire con le macchine sulla musica. Quello che volevo era fare un disco in cui i pezzi fossero molto diversi tra loro, per cui alcuni pezzi sono molto calmi o incentrati sulla band mentre in altri l’elettronica è più in superficie. Volevo quel tipo di contrasto. In realtà poi ci sono pezzi nell’album che sembrano piuttosto incentrati sulla band e gli strumenti ma in realtà c’è un sacco di elettronica all’opera se ci fai caso.
E’ stato complicato passare da un’elettronica minimalista alla ricchezza di una big band?
In realtà no, per me il minimalismo è sempre stato uno dei tanti aspetti. Ho sempre fatto di tutto. Però sono conosciuto soprattutto per i miei lavori di minimal house.
Ti ha annoiato?
No, mi piace e alla gente sembra piacere più di qualsiasi altra cosa io faccia, spetta a loro dunque…
Degli altri tuoi progetti che ci dici? Tu hai adesso anche un altro alias, Transformer giusto?
Oh si, non so se si realizzerà ma con altri due miei amici ho messo su una rock band col nome di Transformer. Facciamo una sorta di folk elettronico, ma non sono ancora molto sicuro, o meglio non so se avrò il tempo di dedicarmi a una rock band. Vedremo…
Bene, forse questa domanda è legata a quello che abbiamo già detto prima. Qual è il tuo rapporto con i media? In Inghilterra soprattutto…
Devo essere sincero, ho avuto sempre ottime recensioni. Credo però che l’Inghilterra sia molto superficiale. Le riviste sono cambiate moltissimo nel corso di questi anni in cui ho fatto musica. All’inizio erano riviste interessanti, ma ora sulle copertine c’è un tripudio di ragazze con le tette di fuori. Per me non ha senso, non ha niente a che vedere con la mia musica. Ma ci sono giornalisti in Europa che hanno le loro opinioni e idee ben precise sulla musica, che hanno scritto per tanto tempo, e per una rivista in particolare. Mentre in Inghilterra quando faccio un’intervista per una rivista succede che mi ritrovo con un giornalista diverso ogni volta, così rispondo sempre alla stessa domanda, ovvero com’è che ho cominciato a fare musica. E’ frustrante, perché l’unico motivo per cui faccio delle interviste è per poter parlare di musica, delle mie idee e di quello che per me è importante, non per fare promozione sul mio nuovo disco.
E qual è invece il tuo rapporto con l’America, per quanto riguarda la musica? Poi se vuoi si può passare anche ad altri campi…
Credo che l’America sia per molti aspetti terribilmente deludente. Ha creato forme artistiche incredibili, ha dato vita al jazz e alla techno poi li ha ignorati. Ho fatto dei tour come dj là ed è stato entusiasmante, la gente voleva sentire nuovi suoni. Ma il paese è completamente fottuto. Le armi lì sono alla portata di tutti, chiunque può comprarle. E’ una brutta situazione. Sono un pacifista, sono sempre stato contro le guerre. L’America ha davvero esagerato, credo potrei anche dare la mia vita per fermarla. L’America fa scoppiare guerre nel resto del mondo, è terribile…