SLY & ROBBIE: RIDDIM REVOLUTION
di Pier Tosi
Con il loro nuovo album "Version Born" i gemelli del ritmo Sly Dunbar e Robbie Shakespeare si confermano artisti centrali del suono giamaicano degli ultimi trent'anni, paladini del riddim ed innovatori della sintassi del reggae attraverso migliaia di session che coprono l'intero spettro della tradizione: dallo ska al suono digitale della moderna dancehall. Li abbiamo incontrati e attraverso le loro parole abbiamo ripercorso alcune delle tappe fondamentali di una straordinaria carriera.
‘Riddim’ in dialetto giamaicano significa ritmo e questo termine È talmente legato all’idea di reggae music da diventare il concetto di classificazione dei vari brani e quindi un po' di tutto il genere. Alcuni riddim poi sono diventati nel tempo schemi classici su cui costruire nuove canzoni, generatori continui di nuove version anche a decenni di distanza e filo rosso che lega innovazione e tradizione della musica giamaicana. Per intenderci, il riddim sta al reggae come il breakbeat sta all'hip hop: entrambi rappresentano le fondamenta e hanno la funzione di accendere il brano dando immediatamente l’idea dell’appartenenza. Il riddim ha anche i suoi personaggi, le sue incarnazioni umane: gli eroi della situazione sono Sly Dunbar e Robbie Shakespeare, un batterista ed un bassista divenuti leggendari in quasi trent’anni di partnership in cui hanno prodotto quasi tutte le spinte innovatrici del reggae e hanno suonato letteralmente in migliaia di album di altissimo livello prodotti in Giamaica. Entrambi hanno mosso i primi passi di musicisti quando il reggae era ancora molto giovane e si sono messi in luce molto presto singolarmente per il loro talento. A metà degli anni Settanta, quando la musica giamaicana stava vivendo un vero e proprio periodo d’oro, iniziano a suonare insieme e si rendono conto ben presto di essere complementari l'uno all’altro, di avere un’intesa speciale, di essere i rhythm twins, i gemelli del ritmo. In comune hanno anche, oltre alla passione enorme per il loro lavoro, la grande fantasia musicale e la volontà di non dare nulla per scontato e di divertirsi infondendo nel reggae le culture musicali più disparate. Tra i passi più importanti della loro carriera il fondamentale contributo innovativo del rockers style di metà anni Settanta, le avventure creative con Peter Tosh e Black Uhuru, la fama e le prestigiose collaborazioni internazionali, il successo della loro etichetta Taxi, il genio espresso nel periodo del reggae digitale e soprattutto l’essere arrivati al 2004 senza perdere l’intesa, la enorme voglia di suonare e la passione con cui hanno iniziato questa arte quasi trent’anni fa. Qualcuno pensa che per suonare reggae non occorra un particolare talento musicale: vedere Sly & Robbie suonare dal vivo fa comprendere molto efficacemente come si possa mostrare del virtuosismo anche senza evidenziarsi come singoli. Sly e Robbie fanno un lavoro di squadra, nell'esaltazione quasi scientifica del ritmo del reggae.
Lo scorso luglio Sly & Robbie con la loro Taxi Gang e Bunny Rugs, cantante dei Third World e loro vecchia conoscenza sono stati chiamati provvidenzialmente a sostituire Warrior King sul prestigioso palco del Rototom Sunsplash. Quello che abbiamo visto all’opera è stato un vero e proprio ‘dream team’ del reggae con oltre a Sly & Robbie, Mikey Chung alla chitarra, Sky Juice alle percussioni, Franklin "Bubblers" Waul alle tastiere e Nambo e Chico rispettivamente al alle percussioni, Franklin "Bubblers" Waul alle tastiere e Nambo e Chico rispettivamente al trombone e alla tromba. L’inizio è stato all’insegna della musica di Studio One, il primo amore di Sly & Robbie ed i primi due terzi del concerto prima dell’entrata in scena di Bunny Rugs sono stati dedicati agli strumentali, i temi del reggae, i riddim accorpati tematicamente a mo’ di medley: Sly Dunbar sedeva concentrato dietro al suo semplicissimo ma bassissimo kit ed era una emozione enorme vederlo ritardare sapientemente di qualche frazione di secondo le sue possenti rullate e sentirlo impartire ordini ai compagni e chiamare gli stacchi come un direttore d’orchestra. Davanti a lui, tra gli altri, Robbie Shakespeare che gli ha rivolto le spalle per tutto il concerto ma non ci ha fatto mancare i suoi inimitabili giri di basso sempre potenti in un grande equilibrio di note e pause. L’esibizione della Taxi Gang è una sorta di splendida storia del reggae: da Studio One al rockers style, dai temi dei brani dei Black Uhuru ad altri popolarissimi riddim sempre comunque creati da Sly & Robbie. Quando il viaggio negli strumentali finisce entra in scena il singer Bunny Rugs uccidendo tutti con le sue versioni da brivido di "Baltimore", "Revolution" e "Crazy Baldhead" e mostrando come quando hai a che fare con una grande band, un grande cantante è un po’ la ciliegina sulla torta. Alla fine del concerto abbiamo sentito dalla viva voce dei riddim twins la loro storia:
Come sei stato coinvolto nella musica?
Robbie: La musica era il mio amore fin da piccolo: ad un certo punto ho iniziato a suonare il basso e Familyman Barrett, l’uomo che sarebbe diventato il bassista di Bob Marley mi ha aiutato ad imparare i primi rudimenti.
Sly, è vero che la tua prima session di registrazione è stata quella come batterista di "Night Doctor" per Lee Perry?
Sly: "Night Doctor" è un pezzo della mia prima session ma non era una session di Lee Perry: era Ansell Collins il produttore e più tardi vendette "Night Doctor" a Lee Perry che la pubblicò a nome The Upsetter. Io avevo solamente sedici anni.
Robbie, che musica ti ha influenzato maggiormente in gioventù?
Robbie: Ascoltavo molto rhythm & blues, country & western, calypso, amavo molto la musica americana…
Sly, una delle tue prime esperienze come batterista è stata con una band che si chiamava Skin, Flesh & Bones…
Sly: Sì ma prima ero batterista degli Invincibles, poi per un po’ ho suonato nei Supersonics di Tommy McCook, mi sono unito ai Volcanoes che poi sono diventati Skin, Flesh & Bones.
E tu Robbie con chi hai iniziato a suonare?
Robbie: La mia prima band furono gli Hippy Boys dei fratelli Barrett: ovviamente suonavo quando Familyman aveva altri impegni e se non affiancavo Carlie (Carlton Barrett), il batterista era Benbow Creary. A quel tempo gli Hippy Boys cambiavano molti bassisti. Nel frattempo ho iniziato a lavorare in studio per il produttore Bunny Lee. Prima di suonare regolarmente con Sly i miei partner abituali alla batteria erano Carlton Barrett, Benbow e Leroy "Horsemouth" Wallace.
Quando hai incontrato Robbie Shakespeare per la prima volta?
R: Lo avevo già incontrato al negozio di dischi Randys e poi suonammo insieme in una session che lui aveva organizzato per Bunny Lee e subito dopo lavorammo insieme in alcuni pezzi di Jimmy Cliff per il suo album "Follow My Mind", era circa il 1975.
Con Robbie Shakespeare avete svolto una mole incredibile di lavoro in studio durante gli anni Settanta, praticamente per tutti i produttori della scena di Kingston: quale era l’atmosfera che si respirava in studio in quel periodo?
Sly: Incredibile! Era veramente fantastico, in studio l’atmosfera era rovente ogni giorno e la gente spesso si accalcava fuori sentendo la musica che arrivava dall’interno, era come suonare ad un party mentre registravi. Ogni musicista dava il suo contributo creativo ed il lavoro era quello di una vera e propria squadra.
Avete svolto un grande lavoro anche come musicisti di Peter Tosh: registrando con lui eravate liberi di proporre nuove idee?
Sly: Sì, Peter era molto aperto alle idee altrui e lasciava parecchio spazio ai nostri contributi.
In tour con Peter avete suonato all’estero per la prima volta?
Sly: No, avevo già avuto svariate esperienze: andai in USA per la prima volta nel 1968 con gli Invincibles e tornai a New York una seconda volta con i Volcanoes. Dopo andai anche in tour con Jimmy Cliff nel 1975…
Avete suonato con Peter Tosh e Word Sound & Power in Italia nel 1979 e sono sicuro che quei concerti furono i primi concerti di reggae giamaicano in Italia…
Robbie: Non ricordo di preciso le città in cui suonammo ma ricordo che la nostra permanenza fu piuttosto lunga, circa due o tre settimane. Io conoscevo già Peter Tosh perché avevo lavorato con lui per Lee Perry suonando negli Upsetters ma diventammo la sua band nelle session per l’album "Legalize it" nel 1975.
Robbie, tu hai partecipato come attore al film "Rockers": come è stata quella esperienza?
Robbie: Non è stata una gran cosa: mentre riprendevano qualcuno mi ha detto "Muoviti così e fai così" ed io l’ho semplicemente fatto.
Sly, tu sei stato anche il responsabile dell’innovazione portata dal cosiddetto Rockers Style a metà degli anni Settanta, uno degli stili più innovativi di quel periodo…
Sly: Sì, forse, non so…per me era solamente suonare musica…un sacco di gente ha detto di me che ho fatto tante cose ma per me questo significava solo sviluppare nuove idee musicali insieme ai miei compagni…io devo essere grato al mio mentore, Lloyd Knibbs, il batterista degli Skatalites che mi ha insegnato tantissime cose.
Non essere troppo modesto: qual’era l’idea dietro il Rockers Style?
Sly: Era suonare in un modo diverso e più originale…rendere il ritmo più elaborato…(Sly inizia a canticchiare il tipico pattern ritmico del Rockers Style)…complicare il ritmo e soprattutto renderlo più aggressivo.
Prima del Rockers Style, tu suonavi, soprattutto per il produttore Bunny Lee, uno stile che si chiamava "flying cymbals" (piatti volanti), il tipico suono dei piatti che sembravano volare: qualcuno ha detto che questo stile era una risposta giamaicana al suono di batteria disco-soul statunitense, in particolare dal suono di Philadelphia…
Sly: Penso che questo stile sia stato sviluppato in Giamaica prima dell’avvento del Philly Sound: credo che quel suono dei piatti derivasse dal suono dei piatti dei vecchi batteristi ska, e curiosamente è molto simile al suono del batterista del Philly Sound.
Quando è nata la Taxi, l’etichetta discografica tua e di Robbie?
Sly: L’etichetta è sorta nel 1972 ma nei primi tempi era semi-sconosciuta…il nostro primo numero uno fu nel 1979 con "Soon Forward" di Gregory Isaacs…(Sly inizia a canticchiarlo).
Un altro capitolo cruciale della vostra vicenda artistica è stato il periodo con i Black Uhuru: immagino avrete iniziato a produrre i Black Uhuru con l’ingresso nella band di Michael Rose, un tuo amico di lunga data. Ho sentito che era anche tuo vicino di casa a Waterhouse…
Sly: Sì, Michael ed io eravamo amici, suo fratello morì in un incidente stradale. Dopo l’incidente Michael venne a chiedermi di collaborare con lui ed io dissi "Ok, registriamo qualcosa". Incominciammo a lavorare e dopo un po’ lui arrivò con Duckie Simpson e disse che il nome del gruppo era Black Uhuru. Io dissi "Non c’è problema". Dapprima registrammo per la Taxi una versione di "No No No" di Dawn Penn e "Let Him Go" dei Wailers, poi io e Robbie suonammo nella versione dei Black Uhuru di "Sun Is Shining" prodotta da Prince Jammy.
Il vostro stile con Black Uhuru era nuovamente diverso, molto affilato e potente, con addirittura quasi delle influenze dal rock: qualcuno lo chiama ‘cutting edgÈ (il bordo tagliente)…
Robbie: Sì, le loro canzoni erano militanti, parlavano del ghetto e le loro voci erano molto particolari così creammo questo suono duro chiamato cutting edge. Abbiamo suonato e prodotto molti loro album: l’ultimo è stato "Anthem" nel 1983.
Ancora su Black Uhuru: voi due producevate le tracce ma chi era che mixava e faceva i dub? Tu?
Sly: No, in quel periodo lavoravamo in studio a Kingston con i migliori engineer, personaggi come Bunny Tom Tom, Maxie, Barnabas, Soljie Hamilton. "The Dub Facto" fu mixato da Groucho Smykle in Inghilterra.
Negli anni Ottanta vi siete concentrati sulle vostre produzioni: quando avete cominciato ad usare il computer?
Sly: Abbiamo iniziato a metà degli anni Ottanta con una tune di Sugar Minott che divenne un grosso hit intitolata "Herbsman Hustling". Adesso che ci penso addirittura prima c’era una canzone dei Black Uhuru intitolata "Somebody Is Watching You" costruita intorno alla drum machine.
Un altro momento trionfale della vostra carriera è stata l’ideazione del particolare ritmo dancehall di "Murder She Wrote" di Chaka Demus & Pliers che divenne un grosso hit internazionale: da dove veniva quell’idea?
Sly: L’idea arrivò nel periodo estivo in Giamaica in cui ci sono tutti i festival musicali: in queste occasioni viene suonato il mento, una originale forma musicale giamaicana. Io ho cercato di copiare in quel ritmo in modo moderno il classico movimento ritmico del mento (ancora una volta Sly cerca di spiegarsi canticchiando), aggiungendo suoni computerizzati ed una linea di chitarra. All’inizio quella era soltanto una nostra traccia strumentale ma tutto cambiò quando facemmo il voicing di "Murder She Wrote" con Chaka & Pliers e quel brano fu un enorme successo.
Al di là della tradizione giamaicana quali sono i suoni che ti hanno maggiormente ispirato?
Sly: Ho sempre ascoltato molto rhythm & blues e tuttora ascolto molto hip hop e tanta musica latina. Cerco di ascoltare veramente di tutto. Io e Robbie nel nostro lavoro cerchiamo di infondere nel reggae le culture musicali più disparate in modo di raggiungere veramente una grande freschezza ed originalità.
Nel reggae attuale molti produttori stanno tornando al vecchio suono della batteria acustica: tu cosa ne pensi?
Robbie: Non so, va bene ma quando noi suonavamo a Channel One o per esempio ai Joe Gibbs Studios il suono era molto migliore di oggi, suonava veramente come un tuono. Credo che molti degli engineers in azione oggi siano giovani, non hanno molta esperienza e nonostante i loro suoni non siano male, dovrebbero cercare di migliorarli. Per fare ciò occorre molta pazienza e molto lavoro giorno dopo giorno.
Avete messo il vostro tocco al servizio di tanti artisti al di fuori della scena reggae: potete nominare i più importanti?
Robbie: Bob Dylan, i Rolling Stones, Joan Armatrading, Ian Dury, Grace Jones, Joe Cocker…una cosa che amiamo è suonare con musicisti molto diversi da noi per creare qualcosa di veramente nuovo. Tra i musicisti con cui amiamo di più collaborare c’è un africano che vive a Parigi come Wally Badarou, ma anche un nostro vecchio amico giamaicano come Mikey Chung. Ci piace molto lo scambio di idee con artisti fuori dalla nostra tradizione specifica e ci piace suonare tanti tipi di musica e non solo reggae.