STEINSKI E COLDCUT: LEZIONI TRITATE    
di David Nerattini

La grande rivoluzione del fonografo,  l'idea stessa di registrare dei suoni su un supporto, è probabilmente (insieme ad elettricità e stampa) la più importante scoperta dell'umanità. Gran parte della tecnologia che usiamo oggi viene da quell'intuizione di Thomas Edison, la musica poi d'allora (il 1878) non è più la stessa. Dai primi esperimenti dei musicisti classici con i nastri, fino alla nuova generazione di musicisti del laptop. Un secolo abbondante di sviluppi musicali che hanno alla base la manipolazione di fonti sonore, qualcosa su cui si sta ancora lavorando e che ormai è diventata parte del vocabolario comune di ogni musicista. 
Uno dei mille rivoli espressivi provocati dalla scoperta del fonografo è il cut'n'paste, ovvero l'arte di mescolare diversi brani fra loro o semplicemente di editarli a proprio piacimento. Una pratica nata essenzialmente per le necessità di fonici, disc-jockey e pubblicitari e che solo in seguito si è sviluppata come 'forma d'arte'. Fra i primissimi dj ad utilizzare le tecniche del 'taglia e incolla' c'è Walter Gibbons, che a metà anni Settanta suonava al Galaxy 21 di N.Y. i suoi edit su bobina o acetato di brani funk, a cui estendeva i break e a volte sovrapponeva parti prese da altri dischi. Nel 1974 una cosa del genere era inaudita, e non è un caso che fra i fan di Gibbons e frequentatori del Galaxy ci fosse anche un certo Kool Herc... A Gibbons dobbiamo anche il primo 12" pollici della storia, fu lui infatti nel 1976 a firmare un edit di Ten Percent dei Double Exposure che editava il brano da tre a sei minuti. 
Con l'avvento della disco e la formalizzazione  dell' hip hop come genere, il cut'n'paste prese definitivamente piede e nel corso degli anni Ottanta si sviluppò attraverso le mani di gente come Danny Krivit (Feelin' James e Rock The House, due dei cut up più famosi del genere, sono opera sua), Larry Levan, Francois K (che inizialmente, prima di diventare dj, faceva il batterista durante i set di Walter Gibbons), Shep Pettibone, John Morales, Omar Santana, i Latin Rascals (Alberto Cabrera e Tony Moran) e Chep Nunez. Tutti dj che diffusero le tecniche, fino a quel momento appannaggio della sola comunità del clubbing newyorchese, nei meandri della musica ufficiale. Fra questi trovarono spazio anche due personaggi che non avevano nessun background da dj o credenziali hip hop, ma che seppero comunque dare il loro apporto al genere: Double Dee & Steinski. I tre mix che pubblicarono (più o meno ufficialmente) fra il 1983 ed il 1985 sono infatti considerati fra le punte più alte del cut'n'paste, originatori di uno stile che fondeva le intuizioni di Gibbons alla tecnica degli spot pubblicitari, mescolando in uno stesso brano decine di dischi diversi (dai Culture Club alla muzak degli anni Sessanta...) con battute rubate ad un film con Humphrey Bogart e ad un disco didattico per imparare a ballare. Un modus operandi che ha fatto scuola e che ha influenzato tantissimi musicisti, specie in Inghilterra dove la scintilla provocata dalle Lesson (così sono chiamati i tre storici 12" di Double Dee & Steinski, differenziati solo da un numero e un sottotitolo) ispira le carriere di personaggi come i Coldcut (soprattutto), Norman Cook (poi Fatboy Slim) e Bomb The Bass. Gente che ha avuto un ruolo fondamentale nell'evoluzione della club music (e non solo) degli anni Novanta e che ha contribuito a sviluppare le tecniche e l'espressività del concetto di cut'n'paste attraverso le sue mutazioni tecnologiche e musicali. C'è poi uno come Dj Shadow, devoto tanto a Double Dee & Steinski quanto ai Coldcut, che su quelle tecniche ha formato la sua poetica riportandole in un contesto hip hop, senza rinunciare però ad innovarle e ad aggiungerci del suo. Lui e Cut Chemist dei Jurassic 5, per esempio, si sono conosciuti perché entrambi avevano fatto una Lesson 4 come omaggio a Dee e Steinski, ignari l'uno dell'altro e a pochissimi chilometri di distanza. Testimonianza di come certe suggestioni sonore, una volta registrate, abbiano una vita propria, che può colpire chiunque in qualunque momento. E tutto questo grazie ad Edison... 
Di questo e di altro abbiamo parlato con due dei protagonisti di questa storia: Steve Stein, in arte Steinski, e Matt Black, metà (insieme a Johnathan More) dei Coldcut.   

STEINSKI
Quando l'hip hop era un bambino tutto poteva succedere, anche che due pubblicitari newyorchesi, bianchi e middle-class, ne allargassero gli orizzonti sonori. E' il caso di Douglas DiFranco e Steve Stein, al secolo Double Dee and Steinski, pionieri del cut'n'paste e rivoluzionari inconsapevoli. Me lo conferma Steinski quando lo raggiungo al telefono in occasione dell'uscita di un suo mix-cd chiamato Burning Out Of Control, in cui mescola e rimescola il catalogo della mitica etichetta Sugarhill. "Tutta la storia delle Lesson è nata per caso"- racconta Steve- anche l'idea di chiamarle in quel modo è venuta per caso. Avevo un disco in cui un tizio diceva: "lesson two" e lo mettemmo all'inizio del James Brown Mix, tutto qua...non è che volessimo lanciare chissà quale messaggio".
Raccontaci com'è cominciata la tua storia musicale.
Io ho sempre lavorato nel campo della pubblicità, solo che il mio stipendio l'ho sempre dilapidato quasi tutto in dischi… Frequentavo i club a New York, quelli in cui si stava affermando l'hip hop come il Roxy o il Negril. Questo nei primissimi anni Ottanta. Per lavoro cominciai a fare spot per la radio come freelance e conobbi Douglas DiFranco (Double Dee N.d.R.), che faceva il fonico nello studio dove li registravo. Diventammo subito amici e, per caso, qualcuno ci disse che la Tommy Boy aveva indetto un concorso per remixare Play That Beat Mr. Dj di G.L.O.B.E. And Whiz Kids. Noi partecipammo per gioco con The Payoff Mix (noto anche come Lesson 1 N.d.R.), che avevamo fatto durante un week-end 'rubato' allo studio dove lavorava Douglas. Con nostra grande sorpresa vincemmo il concorso e quello ci diede la spinta definitiva ad entrare nel mondo della musica. Improvvisamente eravamo delle celebrità a New York, tutti nell'ambiente sapevano chi eravamo e fu un momento molto bello delle nostre vite. Dopo di quello facemmo Lesson Two (The James Brown Mix) e l'anno dopo (il 1984 N.d.R.) Lesson Three (The History Of Hip Hop). Poi Douglas decise di ritornare a lavorare come ingegnere del suono, noi vivevamo insieme a Brooklyn ma lui decise di trasferirsi nel Queens e per un periodo abbiamo quindi smesso di fare dischi insieme.  
Stiamo parlando della prima metà degli Ottanta, prima della diffusione dei campionatori e dei computer casalinghi... Come lavoravate all'epoca sulle vostre cose?
I primi dischi li facemmo in maniera molto semplice. Avevamo un otto tracce, un paio di 
registratori a bobina, un giradischi e un banco di missaggio. Douglas faceva la maggior parte del lavoro tecnico, lui era abituato a fare questi spot di 60 secondi per le radio in cui riusciva ad infilare una quantità assurda di brani. La sua manualità e le mie casse di dischi erano gli ingredienti principali della nostra collaborazione.
Sono passati vent'anni eppure siamo qui a parlare di dischi che non sono mai neppure usciti ufficialmente, quali furono le ragioni? 
L'impossibilità di avere tutti i permessi per i campionamenti. Noi siamo stati fra i primi ad avere questo problema, ricordo che Lesson 3 ci fu bloccato da Herman Kelly. All'epoca lui aveva ancora i diritti della sua Dance To The Drummer's Beat che noi avevamo usato parecchio in quel disco, e quando gli domandammo il permesso lui ci chiese tipo un miliardo di dollari... Noi poi eravamo interessati soprattutto alla musica, avevamo un lavoro che ci manteneva e quindi per noi non era essenziale la vendita.
Sono usciti tantissimi bootleg però, ultimamente ne ho visto uno chiamato The Ultimate Lessons in cui dentro ci sono le nostre cose e quelle che abbiamo ispirato a Dj Shadow, Cut Chemist e Bombjack. Non mi dispiace che lo abbiano fatto, vorrei averci pensato io... 
Subito dopo il lavoro con Double Dee quindi hai cominciato a fare le cose da solista, eppure non hai mai fatto un album intero. Come mai?
Io lavoro in maniera molto lenta, non me ne vanto ma è così, e questo mi è sempre stato d'intralcio nella mia carriera musicale. Per un periodo ho avuto un contratto con la Island, era intorno al 1986 subito dopo And The Motorcade Sped On che avevo fatto per la Tommy Boy, e sembrava dovessi farlo allora. La cosa però non andò in porto. Ora posso ufficialmente annunciare che un mio disco vero e proprio sarà la prossima cosa che faccio, subito dopo aver finito un mix-cd per la Stones Throw.
Quando hai capito che le cose che hai fatto avevano influenzato qualcuno?
Quando i Coldcut ci spedirono il loro primo singolo Say Kids (What Time Is It?). Ci piacque molto, specie l'uso che facevano de Il libro della Giungla. Ma la sorpresa fu quando negli anni Novanta cominciarono ad uscire le varie Lesson di Shadow e Cut Chemist. In quegli anni io ero fuori dalla musica, mi ero concentrato sul mio lavoro e avevo smesso di seguire l'hip hop perché non era più party music. Mi sono perso il risorgere dell'underground e un sacco di altre cose interessanti, poi un giorno qualcuno mi disse che qualcuno aveva fatto uscire dei dischi chiamati Lesson... Quando li ascoltai rimasi di stucco. Non avevo idea che le cose che avevo fatto avevano avuto un impatto del genere, pensavo che era già stato tanto essere popolari per un quarto d'ora.
Recentemente è uscito Burning Out Of Control, un tuo mix-cd tutto dedicato all'etichetta Sugarhill. Non è però la prima volta che metti mano a quel catalogo, qualche anno fa tu e Double Dee faceste il mega-mix The Sugarhill Suite...
Sì, nel 1999 io e Douglas abbiamo avuto modo di lavorare sul materiale della Sugarhill e in quell'occasione ci siamo divertiti moltissimo. C'erano di mezzo i Coldcut in quel progetto e furono loro a consigliare ai tipi dell'etichetta di farci fare quel lavoro, era parecchio che non facevamo dischi insieme e avevamo appena realizzato un remix di Jazzy Sensation di Bambaataa, quindi fummo contenti di poter lavorare liberamente su un catalogo così importante.
Raccontami invece come è nato questo nuovo progetto.
Ci ho lavorato tantissimo ma in poco tempo. Considera che The Sugarhill Suite durava cinque minuti e per farlo ci abbiamo messo tre mesi, mentre per fare questo, che ne dura più di settanta, ci ho messo invece solo due mesi. E' stato un privilegio poter lavorare ancora su un catalogo così ricco, per di più mi hanno fatto pescare qualcosa anche dai cataloghi della Platinum e della Invictus. Mi sono riascoltato tutti i dischi e ho preso appunti, mentre lo facevo continuavo a chiedermi: "wow! Posso davvero usare tutto liberamente"? 
Hai lavorato con i nastri multitraccia originali o solo con i prodotti finiti?
Purtroppo solo con i mix originali. In caso contrario però ci avrei messo una vita a fare il disco, avrei preso le acappella e le avrei messe su basi diverse. Una cosa che non ho avuto la possibilità di fare stavolta.
Tecnicamente come lo hai assemblato?
L'ho fatto tutto sul computer con Pro-Tools. Gli scratch li ha fatti un mio amico che si chiama Dj Signify e sono tutti fatti con un cd-player di quelli con l'emulazione del giradischi. L'ho fatto venire in studio e gli ho fatto scratchare cose che avevo messo su un cd, tutto materiale di spoken word e altra roba. Niente giradischi veri...
  
COLDCUT I Coldcut hanno rivestito un ruolo chiave nella diffusione in Europa- e soprattutto  nella natia Inghilterra- della musica generata dalla cultura del djing e dell'hip hop newyorchese. Un ruolo che ha visto il duo, formato da Johnathan More e Matt Black, fare proprie più di altri le tecniche e l'estetica di quel suono, per creare (per dirla con i Monty Python...) qualcosa di completamente diverso. La carriera dei Coldcut è, infatti, andata di pari passo con gli sviluppi europei di quelle suggestioni provenienti da oltreoceano. Dai primi singoli (Say Kids e Beats And Pieces, entrambi del 1987) in cui omaggiavano l'innocente cut'n'paste di Double Dee & Steinski, fino ai recenti esperimenti audio-visuali con il loro bizzarro software  V-Jamm. Passando per lo storico remix per la Paid In Full di Eric B. & Rakim (Seven Minutes Of Madness, sempre del 1987), l'ondata acid di fine anni Ottanta, la nascita della Ninja Tune e la conseguente ondata del cosiddetto trip-hop da essa (e dalla Mo' Wax) generata attraverso la serie di dischi Dj Food. Le menti di More e Black in poco meno di vent'anni hanno lavorato senza sosta, accumulando meriti sia come imprenditori indipendenti che come musicisti. Eppure per capire la loro grandezza basterebbe ascoltare il primo album, il famigerato What's That Noise (Big Life 1989,  registrato però nel corso dei due anni precedenti), un disco pazzesco in cui c'è il germe di tutta la musica degli anni Novanta e che oggi suona ancora fresco e vitale. E' questa la prima cosa che penso quando incontro Matt Black prima di una serata al Brancaleone di Roma della sua V-Jamm All Stars (i dettagli di questa 'esperienza' audio/video ve li spiega lui più avanti), e subito gliela riferisco. "Grazie"- mi risponde Matt ridendo- "mi sento effettivamente padre di molti 'figli'...".
I Coldcut sono nati alla fine degli anni Ottanta, un periodo pieno di svolte musicalmente parlando, in cui i generi della club music non erano ancora così definiti come adesso e in cui la sperimentazione era la regola. Cosa ha ispirato il vostro percorso?
In quegli anni a Londra c'era una combinazione di energie davvero incredibile. C'era la house, la prima acid house e i campionatori finalmente erano alla portata della gente. Poi c'era l'ecstasy... E tantissimo hip hop. Era difficile non cogliere quell'atmosfera. Se però dovessi citare un'influenza diretta sulle cose che abbiamo fatto, direi che veniva dall'America. Anche se oggi è amministrata da uno degli uomini più detestabili del pianeta non posso fare a meno di lodare il contributo della gente di quella nazione alla cultura degli esseri umani. Da James Brown, George Clinton e tutto il funk, fino alla nascita dell'hip hop e dello scratch, ovvero la possibilità di utilizzare il giradischi per fare musica oltre che per sentirla. Tutto questo è stato molto influente. Senza James Brown sarei solo un triste bastardo... Un disco come Adventures On The Wheels Of Steel di Grandmaster Flash mi ha cambiato la vita, così come quelli di Double Dee & Steinski. Il nostro primo singolo Say Kids (What Time Is It) non era nient'altro che un tentativo di copiare le loro Lesson... 
La solita tendenza degli inglesi a prendere qualcosa di americano e farne una cosa diversa, succede dai tempi dei Beatles e degli Stones...
E' vero, d'altronde Londra è come un pappone ("London is like a pimp..."). Sa ben sfruttare i suggerimenti che vengono dall'America; cambia loro l'atmosfera, ne mescola un po' le carte e poi li rivende al mondo. Tornando alle influenze, un'altra cosa che ci ha ispirato molto fu poi un viaggio che facemmo a Bristol ai tempi del college, in quell'occasione scoprimmo il Wild Bunch, ovvero Nellee Hooper e i futuri membri dei Massive Attack, che mettevano i dischi in un club. Vedere loro ci diede la spinta definitiva a fare le cose che volevamo, tornato da quel viaggio infatti mi comprai un quattro piste a cassette e cominciammo a lavorare su Say Kids.
Mi vorresti dire che lo avete registrato su un registratore a cassette?
Sì, usammo solo quello e i giradischi. L'editing lo facevo col tasto Pausa... Per Beats & Pieces però affittammo uno studio vero, con i registratori a bobine ma ancora senza campionatore. I loop li facevamo con i nastri, alla vecchia maniera.    
Come è stato il passaggio dall'analogico totale al digitale per voi?
Per nulla traumatico, abbiamo semplicemente aggiunto possibilità al nostro modo di lavorare. Abbiamo sempre continuato ad usare entrambe le tecniche, mescolando analogico e digitale. La prima macchina che prendemmo fu una batteria elettronica della Casio che aveva meno di un secondo di campionamento, la RZ1, e con quella facemmo il nostro terzo singolo That Greedy Beat. Il basso di quel pezzo invece lo suonai su una di quelle tastierine giocattolo da due soldi, primitiva ma efficace. La nostra attitudine era un po' quella del punk, anche noi potevamo fare musica e nessuno ci poteva dire come farla. Fu per questo che decidemmo di fare una nostra etichetta, inizialmente fu la Ahead Of Our Time e poi la Ninja Tune. Eravamo sicuri che, per fare le cose nel modo per noi giusto, l'unica era organizzarsi per conto nostro. Credo che questo sia un suggerimento valido ancora oggi, tanta gente viene alla Ninja Tune in cerca di una casa, ma io credo che quando credi veramente in quello che fai dovresti muoverti da solo. Abbiamo bisogno di gente che agisce in maniera indipendente, come voi con il vostro giornale, specie in questi tempi di grande accentramento dell'informazione e del potere nelle mani di pochi. Rob questi tempi di grande accentramento dell'informazione e del potere nelle mani di pochi. Robert Anson Wilson dice che nessun uomo sano di mente vorrebbe avere il potere sugli altri, io aggiungo che tutti i politici prima di candidarsi dovrebbero- per legge- sottoporsi a un test psicanalitico. Almeno sapremmo a cosa andiamo incontro...
Negli anni Novanta i Coldcut non hanno pubblicato molti dischi, come mai?
Siamo stati molto indaffarati a sviluppare il lato multimediale della faccenda, e poi in quel periodo ho ricominciato a prendere gli acidi dopo dieci anni di break... Stavamo addirittura per smettere ad un certo punto, prima di fondare la Ninja Tune. Eravamo rimasti scottati dall'esperienza con la grande industria discografica e io ero caduto in depressione, è assurdo come si può essere ossessionati dagli aspetti negativi dello show business, specie quando hai un'amore quasi perverso per la musica come me. Da quello però è venuta fuori la Ninja Tune, quindi il bilancio è più che positivo e quasi mi sorprende. Ci siamo ancora, siamo attivi.
Il primo periodo della Ninja è caratterizzato dalla serie di dischi Dj Food, come sono nati?
L'idea era quella di fare dei dischi per il cut-up; groove di batteria, stab, frasi...tutto 'cibo per dj' che innanzitutto serviva a me e che usavo nei miei set. Poi la cosa ha preso una vita propria e si è sviluppata in direzioni che non avevamo assolutamente previsto. Non abbiamo un 'masterplan', semplicemente amiamo sperimentare e non sappiamo mai quello che succede quando proviamo qualcosa di nuovo. Lo stesso vale per V-Jamm, il software audio/video su cui stiamo lavorando da tempo. Ho un'idea degli sviluppi possibili di questa cosa, ma ogni giorno scopro qualcosa di nuovo che non so dove mi porterà...
Spiegaci un po' di che si tratta.
Praticamente si tratta di una macchina che ti permette di lavorare su della composizioni audio-visuali in tempo reale, una specie di 'cinema dal vivo'. Un software che lavora sul riprocessamento delle immagini in una maniera molto simile a quella che utilizziamo con i suoni, questo permette di creare un metodo di lavoro sperimentale per quanto riguarda il video che attinge alla tradizione del cut'n'paste. Parte tutto dalla scoperta del Midi, dalla possibilità di controllare gli strumenti elettronici dall'esterno, noi semplicemente abbiamo applicato quel concetto al video. E' qualcosa su cui stanno lavorando in molti, anche grandi compagnie che producono strumenti, e la tecnologia ormai è a portata di mano. Non ho dubbi che anche il mercato stia andando in questa direzione...
I Coldcut torneranno?
Stiamo facendo un nuovo disco che credo uscirà nei primi mesi del 2004. Ci stiamo lavorando molto ma, come vedi, ci sono sempre tante cose da fare... 
Visto che su Let Us Play (l'ultimo album ufficiale dei Coldcut, risalente al 1997) c'era una More Beats & Pieces, ci dobbiamo aspettare una Even More Beats & Pieces?
Chi lo sa... Beats & Pieces è sempre fra noi, sarà sempre parte dei nostri show. Potremmo farne un'altra versione, ma in caso non sarebbe un cut'n'paste in stile hip hop come l'originale. Devi aspettare e sentire...