BIGG JUS: N.Y.C. RHYME DESIGNER
di Silvia Volpato
Bigg Jus è stato un terzo dei Company Flow, il gruppo di b-boy che con l'album Funcrusher Plus nel '97 diede una scrollata alla fase più stagnante dell'hip hop e aprì le porte ad un nuovo mercato indipendente. Dal 2001 ad oggi, di lui si erano praticamente perse le tracce. Solo oggi esce il suo primo album solista, Black Mamba Serums per l'etichetta inglese Big Dada. Lo abbiamo raggiunto al telefono nella casa in cui si è nascosto dopo essere letteralmente fuggito da New York, poco fuori da Atlanta, nella Georgia del sud per farci raccontare cosa è successo nella sua vita e quali strade sta percorrendo la sua musica.
Bigg Jus è una persona schiva e riservata. Ha i piedi ben saldi per terra ma vive nella tradizione di coloro che scrutano il cielo e l'aspetto mistico della vita. Suona molto bene la tastiera ("Jackie Mittoo era un idolo in famiglia") e se la cava con una decina di altri strumenti, ma dice di essere prima di tutto un b-boy. Uno che da ragazzino, negli anni Settanta, è rimasto folgorato dai colori e dai suoni di una cultura che gli stava nascendo davanti agli occhi e che per avvicinarsi ha scelto la via più lontana dalle luci e più ricca di codici da decifrare e da inventare, il writing.
Justin Ingleton oggi ha 35 anni e la sua poliedrica intelligenza lo ha portato ha diventare un musicista e un intellettuale di quelli che le cose le muovono dal basso. Come da istinto afroamericano, si sente più di chiunque altro braccato in casa propria "da un establishment politico ed economico del quale dovremmo preoccuparci tutti molto seriamente, in tutto il mondo" e quindi, come i grandi artisti afroamericani sanno fare, ha creato il suo blues.
Produttore ed mc dalla fine degli anni Ottanta ("da quando in America il writing illegale è trattato con la durezza di una questione di sicurezza pubblica...", ci tiene a sottolineare) Bigg Jus ottiene l'attenzione solo nel '96, quando incontra El-P e Mr. Len e con loro forma i Company Flow. L'anno successivo il loro Funcrusher Plus, spinto dall'indipendente e allora fortissima Rawkus, sfonda l'underground e fa il giro del mondo. Un grumo di beat intricati e di frammentazioni sonore, uno spigoloso flusso di rime che sono un attacco diretto ai 'sucker' del globo, i parassiti della cultura e dell'industria che impediscono l'evoluzione. Nel writing Funcrusher Plus verrebbe definito un 'burner', un capolavoro per stile e originalità che brucia ogni concorrente.
Dopo due anni di tour, i tre si salutano amichevolmente per sfruttare ognuno a modo proprio l'attenzione guadagnata. Jus fonda l'etichetta Subverse Music, dai suoi piccoli uffici di Manhattan spinge la musica indipendente facendo uscire Doomsday di MF Doom e il perduto album dei KMD, i Micranots, C-Rayz Walz e i suoi Scienz Of Life. Nel settembre del 2001 è atteso il suo primo album solista: Black Mamba Serums, invece esce solo un ep, Plantation Rhymes. Da allora di lui si perdono le tracce e la Subverse chiude i battenti.
Nell'autunno del 2003 l'etichetta inglese Big Dada fa uscire uno strano disco a nome Nephlim Modulation Systems, ad opera di Big Justoleum (solo un altro alias) e Orko Elohiem, un produttore californiano di origini giamaicane dedito ad una inconsueta forma di dub elettronico minimale. L'album è un pugno nello stomaco per complessità sonora, distorsioni e per il torrente di rime quasi indecifrabile che contiene. Rime che mettono in guardia dall'amministrazione Bush e che narrano le apocalissi possibili. Di per sé praticamente indigeribile, se non fosse che si tratta solo di un primo tassello all'interno di un quadro più grande. Bigg Jus ha concepito una quadrilogia, per mettere un punto e andare a capo nella sua carriera, per registrare la realtà e, da bravo b-boy, diffonderla attraverso i propri codici, per poi muoversi verso qualcosa di nuovo. Il secondo tassello è l'album che perdemmo nel 2001 e che Jus ha rimodellato e messo in forma per il 2004.
Con questo Black Mamba Serums le cose cominciano a prendere forma. Il suono di Bigg Jus è pur sempre distorto, ma gonfio di soul. E' concettualmente vicino ai movimenti di liberazione afroamericani degli anni Sessanta, diretto e orgoglioso, ma è anche estremamente intimo e personale. Il suo è un lucido tentativo di analizzare la stagnazione della creatività e della libertà dell'individuo, ma è anche un inno al potere delle emozioni che trapelano di continuo dal suo flusso multisillabico, poliritmico di rime e dal suono sporco dei suoi campioni. Entro la fine dell'anno avremo gli altri due capitoli, poi tutta una serie di progetti nuovi che Bigg Jus sta catalizzando attorno a sé. Ma tutto questo ce lo siamo fatti raccontare da lui.
Hai maturato un suono personale e complesso. Sembra, almeno in questo album, che nei pezzi i campioni e il materiale suonato siano 50/50, è così?
All’incirca. Diciamo che c’è una quantità di roba diversa, molta improvvisazione, molto materiale suonato... Molto di quello che ti può sembrare campionato in verità è un pezzo che io ho suonato, messo nel Pro Tools e ricampionato. Quindi alla fine è circa metà e metà, ma il procedimento è un po’ più complicato. Lascio molto spazio alla casualità, mi piacerebbe che questo concetto si rivalutasse nella musica rap.
Suoni tu tutti gli strumenti presenti sul disco?
Sì, tutto. Le tastiere, il basso, le percussioni...
E lo scratch?
I cut sono del mio amico King USA, considera che è venuto qui in Georgia e ha fatto tutto in un weekend!
Come combini la musica ai testi? Cosa componi prima?
Non c’è mai una regola, ma se devo essere sincero credo che almeno nel 70% dei casi faccio prima i beat. A volte scopro che ci sta bene un testo che magari avevo da parte da un po’, ma molto più spesso ne scrivo uno per quel beat. Gran parte di questo album l’ho prodotta mentre dirigevo la Subverse, lavoravo 60 ore alla settimana e poi tornavo a casa e suonavo tutti questi strumenti, facevo i beat, scrivevo... Ho fatto anche la masterizzazione del disco da solo, è stato il periodo di più duro lavoro di tutta la mia vita...
Questo album ha una storia alle spalle. Innanzitutto è uscito lo scorso anno in Giappone, in una versione diversa da questa, ma in origine era previsto che uscisse nel 2001, giusto?
Black Mamba Serums doveva uscire l’11 settembre 2001...
Ma tu hai rinviato l’uscita prima del 11 settembre...
Sì, l’abbiamo rischedulato ad agosto... Non ti saprei spiegare, ho deciso di far uscire solo un ep perché non mi sentivo a mio agio e questa è l’unica spiegazione che posso formulare su questa faccenda. E’ stato un periodo molto stressante per me, ero costantemente teso e concentrato. Mi stavo trasferendo qui in Georgia, andavo avanti e indietro da New York ad Atlanta e gli uffici della Subverse sono a due palazzi di distanza dalle Twin Towers... Ho sempre gravitato in quella zona di New York, lo studio dove abbiamo registrato Funcrusher Plus.... che più che altro era il posto dove vivevamo, era letteralmente di fronte alle torri. Io abitavo lì dal ‘93 e ti posso dire che la mia testa era molto sintonizzata su quel quartiere. Certe cose non si possono spiegare, ma per me c’era un’atmosfera strana, un’energia che stava cambiando, non è a caso che ho spostato l’uscita del mio disco e ho lasciato New York nel 2001, prima del 11 settembre. E forse non è un caso nemmeno se l’11 settembre stavo guidando verso New York. Come ti dicevo c’era molto da fare alla Subverse, stavo lavorando all’album dei Micranots, dei Scienz of Life... Sono arrivato a New York quel giorno e sono rimasto lì all’inferno fino a marzo. Ora vivo poco fuori da Atlanta, il posto che mi sono trovato è un ex cotonificio, ci ho fatto uno studio e una casa, qui c’è la natura e la tranquillità, la gente del sud è ospitale e qui lo stile di vita è molto più naturale. Anche se ultimamente usano una vecchia pista di decollo qui vicina per i lanci militari... Sai, siamo comunque un paese in stato di guerra e non ti permettono di dimenticarlo mai.
Che cosa è successo alla Subverse da lì in avanti?
È successo che non sono un businessman e che non avevo più tempo per dedicarmi veramente alla musica. Nell'estate del 2001 i nostri affari non andavano esattamente a gonfie vele e l'11 settembre per noi è significata la fine. Il nostro stress e la frustrazione si sono sommati alla paura e al dolore per quei corpi morti che stavano a 500 metri da noi... E abbiamo capito che dovevamo fermarci, così abbiamo lavorato fino alla primavera, abbiamo chiuso gli uffici e poi io mi sono trasferito qui definitivamente nel marzo 2002, per creare energia in un altro luogo.
Questo disco fa parte di Nephlim Modulation Systems, una quadrilogia sonora alla quale stai lavorando con Orko Elohiem, ci puoi siegare cosa c’è dietro a questo progetto?
Durante la lavorazione di Black Mamba Serums, nel '99, ho provato a contattare Orko molte volte, alla fine sono passati quattro anni prima che riuscissimo a lavorar assieme, ma lui sta in California e io abitavo a New York e non era facile organizzarsi. Abbiamo parlato a lungo di come avremmo voluto lavorare, poi anni dopo mi sono ritrovato ad Atlanta, con in mano un assegno per il lavoro coi Company Flow e questo enorme cotonificio a fare da studio e così ho chiamato Orko e gli ho detto che avrebbe dovuto trasferirsi da me e così è successo; è stato qui per un anno intero. Quello che avevamo concepito ha preso delle forme diverse durante la lavorazione, non sapevamo che stavamo andando incontro alla prima vera guerra in diretta tv e ne siamo rimasti storditi e quello che abbiamo prodotto ne è parzialmente una conseguenza. Tutti e quattro i dischi sono influenzati l’uno dall’altro e anche se non abbiamo seguito il concept originale li considero comunque un progetto unico. Due album solisti, il mio e quello di Orko e due assieme come NMS. Il prossimo, Imperial Letters of Protection sarà molto diverso dal primo, anche se ne è la continuazione.
Qual’è il tuo scopo in questo senso?
L’innovazione. Mai fare due cose che si assomigliano. Per me è diventato un processo naturale. I writer colpiscono e fuggono...
Sei uno di quegli mc che è entrato in contatto con l’hip hop attraverso il writing, che influenza ha avuto questo sulla tua formazione personale e sul tuo approccio alla musica?
Innanzi tutto il writing è il motivo per cui mi sento un b-boy. Non avrei mai pensato che sarei finito a fare l’mc nella vita. Non sono mai stato un chiacchierone, uno di quelli che amano avere su di sé l’attenzione, uno che vuole intrattenere gli altri. Ho scelto di esprimermi attraverso il writing e pensavo che avrei trovato la mia maturazione artistica come writer, mi interessava il movimento culturale e quella è stata la mia porta d’ingresso. Quindi, quando anni dopo ho cominciato a rappare, ero già un b-boy veterano, avevo assimilato i codici della mia cultura e questo ha messo in una direzione precisa me e la mia musica. Prima di tutto, siccome sono un writer, per me è vietato copiare. Bisogna crearsi il proprio stile, ho imparato questo dal writing e l’ho applicato alla musica. Ho imparato cose così da gente come Phase 2. Phase 2 è ancora in cima alla mia lista dei più grandi writer, ma d’altra parte deve essere al massimo al secondo o al terzo posto nella lista di chiunque intenda parlare di writing. Quello che lui ha fatto con il suo stile è eterno.
Hai smesso col writing?
No... Non ho proprio smesso, ma di certo non vado più in giro molto con la bomboletta in tasca. Sai com’è... se ti prendono ti prendono e di questi tempi se beccano un negrone come me a spruzzare in giro gas colorato da una bomboletta come minimo mi incriminano per atti di terrorismo! No davvero, non si può scherzare con le leggi anti terrorismo che ci sono oggi in America e comunque non ci sono mai andati leggeri qui da noi con i writer... Ultimamente mi sono avvicinato alla grafica computerizzata, perché comunque questa roba è dentro di me e deve uscire.
Hai fatto tu l’artwork per la copertina del disco?
No, non di quello che avete voi, ma l’ho fatto per la versione giapponese. L'etichetta ha deciso che la versione occidentale doveva avere un diverso artwork e a quel punto io non avevo proprio tempo di realizzarne un’altro.
Hai 35 anni e quindi un piede nella old school, hai vissuto tutto lo sviluppo dell’hip hop e con i Company Flow hai spostato il livello dell'underground, hai visto la crescita delle etichette indipendenti e tu stesso ne hai diretta una. Chi meglio di te può darci un giudizio sullo sviluppo dell’hip hop indipendente?
Considera che il primo mix indipendente lo feci uscire nel 1988, quindi ho visto la progressione intera di questo movimento, soprattutto a New York. Succedeva una cosa parallela anche nella musica house, verso la fine degli anni Ottanta si è cominciata a sviluppare seriamente l’idea di stamparsi i dischi da soli, ad un certo punto questa cosa è letteralmente scoppiata. Io ho lavorato per anni, tra l’89 e il ‘96, per major come la Atlantic e la East/West Records
occupandomi di promozione nei college e nelle radio. Quando ho iniziato il disco dei Company Flow lavoravo in una major e come indipendente al tempo stesso. I Company Flow sono nati per questo, eravamo artisti con esperienze simili, di tutti noi si diceva che facevamo una musica un po’ avanti rispetto ai tempi e che per questo non ci avrebbe accettati nessuno, le etichette non capivano un gruppo hip hop misto come il nostro e quindi fare Funcrusher Plus è stato il nostro modo per alzare il dito medio all’industria musicale. Arrivati a quel punto della nostra vita, per noi fare una cosa indipendente è stato naturale, era arrivato il momento giusto, siamo andati dritti e l’abbiamo fatto. Dopo quel disco le strade si sono aperte per tanti altri.
Come la vedi oggi la tua esperienza con i Company Flow? Senti di essere stato parte di un gruppo o è stato più un album a progetto?
Abbiamo deciso di fare un album insieme prima di essere un gruppo, ma lo siamo diventati facendo il disco e portandolo in giro per il mondo per due anni. Quindi alla fine sì, sono stato parte di un gruppo e ancora me ne sento parte in verità, perché si tratta di persone di cui ho stima e con cui condivido molti pensieri.
Sarebbe interessante vedere riunite le vostre esperienze degli ultimi dieci anni. Pensi che potrà succedere?
C’è una forte possibilità che succeda. La verità è che siamo tre individui con un grosso bisogno di esprimersi e stare insieme non ce l’avrebbe permesso, ma tutti noi vogliamo tornare a lavorare insieme. Credo che le stelle si stiano allineando e credo che adesso potremmo fare una cosa tre volte più potente di Funcrusher Plus. Dobbiamo trovare il tempo.
Ci si lamenta molto dello stato attuale dell’hip hop, tuttavia l'hip hop indipendente ha ormai creato un proprio establishment e ne escono prodotti di spessore, da Madlib a MF Doom, da te ai Little Brother alla Definitive Jux, fino agli Hieroglyphics...
Lo sai perché l’industria discografica fallisce? Perché non si cura delle persone e delle idee. Gli artisti che hai citato tu sono prima di tutto individui con molto coraggio, che intendono portare avanti le loro idee e la loro originalità ad ogni costo. Tutte caratteristiche che non piacciono alle major, se vuoi comportarti così lo devi fare da solo. Io lo faccio da solo e mi appoggio a piccole etichette europee, che meglio accettano i prodotti originali. L’industria ha un disperato bisogno di cambiare ma è una catena troppo grossa, che comprende i distributori e i rivenditori, le radio e la tv... Oggi forse è meglio chiedersi che cosa è ancora rimasto di indipendente e come lo si può portare avanti in una società che distrugge ciò che non ingloba. Infatti non è un problema di creatività, ma di carenza di spazi in cui svilupparla.
Ho letto che tra le molte cose che stai facendo c'è anche un progetto con MF Doom...
Io e Doom ci conosciamo da un bel po’ di tempo... Questo progetto in verità coinvolge un certo numero di persone, non solo Doom e al momento sto cercando dei fondi per portare avanti l'idea. Ci tengo molto e credo che in qualche modo rappresenterà la quintessenza della mia musica. Sono molti anni che lavoro in questa dimensione e credo ormai di aver elaborato un mio modo personale di fare musica e di promuoverla e vorrei stabilire una tappa, una pietra miliare del mio percorso artistico e professionale. Quindi non parlerò oltre di questo progetto, non finché non ci sarà qualcosa di stabilito. Nel frattempo uscirà il secondo album di NMS e poi un altro album mio. Sto lavorando anche ad un documentario sull’hip hop e ad alcuni progetti grafici. Ti ripeto, sono in un momento prolifico, in cui lavorare mi è facile e tutto fluisce naturalmente e credo che starò fisso in questa posizione per un po’ ancora. Credo che stia nascendo un nuovo movimento indipendente, che non riguarda solo l’hip hop e che è basato sulle persone, sul valore dei singoli individui, non più sulla quantità di copie vendute. Il file sharing ha spazzato via questo modo di pensare alla musica. Sono interamente su questa lunghezza d’onda e voglio spingere per parte mia questo movimento finché ne sentirò la forza.