LORY D: SUONI MAI VISTI
di David Nerattini
 
C’è un luogo comune che noi italiani usiamo sempre quando c’è qualcuno che eccelle in qualcosa ed è più apprezzato all’estero che nel nostro paese: “se fosse nato in Inghilterra (o America...) oggi sarebbe il più grande di tutti...”. Certo, un fondo di verità (come in tutti i luoghi comuni) c’è. Ma applicando questo ragionamento a Lory D, fresco di un riconoscimento come quello di un disco per i guru dell’elettronica inglese della Rephlex, faremmo un grave errore. Lory infatti è un tutt’uno con Roma e la sua musica non potrebbe che venire da li, la città dell’incanto e del disincanto. Lo scenario in cui è nato il suo suono e quello della sua etichetta Sound Never Seen lo ha raccontato già benissimo Andrea Benedetti sullo scorso numero di Superfly, un panorama vitale ma indolente che procede a scossoni e che non segue nessuna regola di mercato, anzi la rifugge. In un ipotetico film sugli ultimi quindici anni di storia della città metà della colonna sonora sarebbe la sua, con quell’incedere tubolare di ritmiche ossessive e quei synth affilati che rendono sonori dolore, piacere e mistero. Se fosse nato a Detroit non sarebbe Lory D, sarebbe probabilmente uno dei tanti bravi di Detroit (o forse no...), fatto sta che è romano e di quella gente incarna pregi e difetti. Autoironico e sbruffone, serissimo e cazzaro, misterioso ed esplicito, spesso contemporaneamente. Una persona complessa come la musica che fa, un artista della musica elettronica che viene da una tradizione che a Roma è nata con gli esperimenti della musica contemporanea e che è arrivata fino alla musica popolare distruggendo più di un luogo comune (ancora...). Vero è che il detto ‘nemo profeta in patria’ (altro luogo comune) vale sempre ed è una piacevole beffa che per ‘scoprire’ Lory D si siano dovuti scomodare Aphex Twin e compagnia, ma si sa che noi italiani preferiamo essere imboccati... E allora eccoci qui, a farci spiegare dallo stesso Lory i misteri della sua discografia. Misteri dovuti ad una allergia cronica alle pubbliche relazioni e ad un gusto (perverso, direi) per il non detto ed il nonsense.
Partiamo dall’inizio, direi dalla nascita della SNS, che cos’era il 1990?
Sì, il primo disco è della fine del 1990. Per il suono dell’etichetta sono partito da un sound già esistente, seppure giovane, come quello della techno e dell’acid per arrivare a proporre nel tempo delle cose più sperimentali. Io vengo dall’hip hop e per anni sono stato chiuso in casa a scratchare e a provare tecniche di missaggio con i giradischi, ho formato la mia tecnica sulla musica electro ed ho vissuto intensamente il primo periodo acid house a Londra. Andavo spessissimo in Inghilterra a comprare i dischi e quindi ho seguito tutte le evoluzioni della musica elettronica che poi è diventata techno. Quando è nata la SNS erano già un paio d’anni che esistevano quelle tendenze sonore ed io già mi sentivo un po’ in ritardo, non volevo fare la ‘techno di Roma’ e basta, volevo creare una label che fosse sotterranea e quasi nascosta. I primi due dischi erano essenzialmente techno, SNS 001 è addirittura un po’ dance... se si può dire, comunque fatto con un’ottica che non escludeva la possibilità di essere ballato. Il secondo (quello con Terrordrome, Sound Of Rome e Industrial Overflow n.d.r.) era già un po’ più sperimentale, specie Terrordrome. In Sound Of Rome ho cominciato invece a fare della techno
minimale che, a parte qualche cosa di Detroit, non era ancora un genere codificato come oggi. Il terzo mix della SNS contiene due pezzi che stanno pure su Antisystem, dentro c’è Coldbringer che è una specie di gabber prima della gabber. A me non mi ha mai preso quella roba ma in quel periodo (il 1993) lavoravo molto sulla velocità e mi piaceva utilizzare il suono della Roland 909 (la batteria elettronica per eccellenza della techno, n.d.r.) molto distorto, tutte caratteristiche che poi avrebbero formato il genere gabber.
Siamo arrivati ad Antisystem, il tuo primo album che uscì distribuito dalla BMG.
Con quel disco abbandonai il genere techno in quanto tale per fare definitivamente della roba più sperimentale, era un periodo caotico e difficilmente comprensibile ma anche molto creativo. Sull’album ho utilizzato tecniche diverse rispetto a quelle che avevo usato fino a quel momento, mi piaceva l’idea di lasciare delle parti random all’interno dei pezzi e sperimentai a lungo in quel senso con le macchine.
Quali macchine? Con cosa lavoravi all’epoca?
Le macchine sono sempre le stesse: la 909, la Bassline (Roland TR-303 n.d.r.), il mini-moog... Strumenti classici con cui puoi fare house, techno o electro ma che, volendo, possono essere utilizzati in modi diversi, meno codificati. Con Antisystem ho voluto fare proprio questo, partire dalla techno e allontanarmene il più possibile. Per me in quegli anni (‘92/’93, n.d.r.) la techno era già un genere antico, l’evoluzione era così rapida che già da un anno all’altro potevi notare i cambiamenti. Roma poi è un posto particolare, nel 1993 mentre nel mondo scoppiava definitivamente il fenomeno dei rave da noi era già finito tutto... Io mi sono voluto svincolare subito dal cliché della techno ed Antisystem rappresenta il passo definitivo in questa direzione, un disco con una storia all’interno ed un percorso sonoro ben definito. Era una metafora di quello che era successo negli anni precedenti, la scoperta attraverso la musica techno di un modo diverso di percepire il suono. Il modo di ascoltare non era più lo stesso per me dopo quei tre anni di grande creatività e il disco ripercorreva quel periodo con orecchie nuove e, addirittura, con un pizzico di nostalgia per quello che era stato. Era anche una specie di annuncio criptico di quello che sarebbe successo negli anni seguenti, il passaggio definitivo dall’analogico al digitale e la diffusione delle tecnologie a livello casalingo. Fino a quel momento fare un disco di musica elettronica era difficile e dispendioso, oggi invece la tecnologia è talmente a portata di mano che l’unica cosa che fa la differenza sono le idee. Antisystem rappresenta la rottura con l’archetipo della techno e uno slancio verso il futuro ignoto...
Non proprio quello che si aspettavano in BMG, dove speravano invece di fare cassa col fenomeno dei rave...
Loro volevano probabilmente qualcuno che fosse identificabile con quel genere di musica, una manovra di marketing che non gli è riuscita. Io non ero interessato a farmi intrappolare e infatti firmai un contratto molto elastico che mi lasciava l’ultima parola su tutto. L’unico vezzo che mi sono concesso è la copertina, una cosa che rappresenta bene quel periodo con le prime grafiche fatte al computer dallo Studio Mariotti ed un’immagine mia volutamente imbruttita. Non volevo diventare un ‘personaggio’ della techno ufficiale, era finito tutto a livello creativo e l’unico
modo era andare oltre. Non puoi duplicare la suggestione iniziale della techno e ancora oggi in quel genere si utilizzano degli stilemi nati fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, ci sono alcuni dischi che ormai sono diventati ‘matrice’ e vengono riutilizzati in continuazione. Io ero già assuefatto nel ‘92 e quella sensazione particolare non la sentivo più... Nell’album infatti mi avvicinavo a cose come l’heavy metal o il grunge, ascoltavo un sacco di Slayer e Nirvana in quel periodo e ho tentato di fare del rock, ma con la strumentazione della techno.
Nel disco ci sono anche influenze dirette della musica contemporanea cosidetta colta...
Sicuramente fra le mie influenze ci sono i lavori di Gyorgy Ligeti (compositore nato in Transilvania, ma austriaco d'adozione, di musica d’avanguardia ed elettronica, n.d.r.), importantissimi per la loro vicinanza a certe intuizioni che poi ho ritrovato nella techno. Una visione scientifica della musica, come anche quella di Xenakis, che mi ha sempre interessato molto, in Antisystem c’è quello unito alla techno con la ‘botta’ del rock più malato.
A proposito di ‘botta’, raccontami di quando hai masterizzato Antisystem. Girano storie di studi fusi dalle frequenze del disco...
Mentre masterizzavamo il vinile negli studi della BMG con Guido Di Toma io distrussi la super puntina che incide le lacche, all’epoca non ero molto informato su certi dettagli tecnici e in Coldbringer avevo missato un tom (un tamburo della batteria elettronica, n.d.r.) stereo con delle basse micidiali. La puntina non resse la vibrazione ed esplose, una puntina che costava svariati milioni. Ci pensi? La stessa puntina che aveva inciso le lacche di Battisti... Da allora non misso più i tom stereo, anzi voglio dare un messaggio ai giovani musicisti che ci stanno leggendo: non missate mai un tom in stereo!
Che bilancio fai della tua esperienza con una major come la BMG?
Innanzitutto con i soldi che mi hanno dato, alcuni milioni, mi ci sono comprato un bello studio, quindi il bilancio è positivo... Io sapevo fin dall’inizio che non sarebbero stati in grado di lavorare su un prodotto come Antisystem, i dirigenti della BMG non avevano idea di quello che stava succedendo nella musica elettronica e per loro io ero una specie di terrorista (ride). Il disco poi è uscito tardi rispetto a quando lo avevo fatto e loro ne hanno stampate pochissime copie, un insuccesso annunciato che io avevo previsto fin dall’inizio.
Il periodo dopo Antisystem è piuttosto oscuro, cosa è successo in quegli anni?
Il ‘93/’94 è stato un periodo strano, un buco che ho coperto con alcune uscite della SNS che però non rappresentavano un vero e proprio progetto discografico. I numeri 007 e 008 sono delle sigle di un programma radiofonico di Radio Centro Suono, sui dischi non c’è scritto nulla di comprensibile e nemmeno il mio nome. Li ho chiamati con dei nomi ‘alieni’ proprio perché sono dei pezzi svincolati dalla mia produzione ufficiale, erano delle sigle che io facevo apposta per la radio, a scadenza settimanale. Erano dei veri deliri, con mille voci campionate e ritmiche malatissime. Una roba molto misteriosa...
Di questa serie fa parte anche quella con il campione in italiano che diceva “prendi questo treno e non fermarti mai”.
Sì, è SNS 007. Quel pezzo ha creato una reazione a catena che non mi aspettavo assolutamente, mi ricordo che nei locali la gente lo cantava in coro tipo tormentone. Addirittura un paio d’anni dopo l’uscita ci fecero anche un jingle per Radio Dee Jay e Giorgio Prezioso mi chiamò perché voleva rimissarlo e farlo pubblicare... Io però già stavo in un’altro viaggio e quel tipo di cosa non m’interessava per niente, avevo difficoltà pure a parlare al telefono in quel periodo...(ride) e l’ho tirata per le lunghe fino a che loro si sono incazzati...
Arriviamo quindi alle tre emissioni seguenti, 009, 010 e 011.
Quelle sono uscite tutte e tre insieme, mi pare che fosse l’estate del 1994. Quei tre dischi, insieme anche al seguente 012, fanno parte del mio periodo cosiddetto ‘rancid’. Dopo l’acid c’è il rancid... Uno stadio successivo, dopo che una cosa è diventata acida s’irrancidisce e quel periodo era molto rancido. Non a caso il sottotitolo di 012 è ‘rancid trax’, la techno aveva finito il suo primo ciclo anche a livello di moda, se così si può dire, e l’aria che ci girava intorno mi faceva pensare proprio ad una cosa diventata ormai, appunto, rancida. Era un momento di transizione e le produzioni di quel periodo sono fra le più strane di sempre, è stato il momento di passaggio in cui molti protagonisti della scena iniziale si sono staccati dalla techno e, dall’altra parte, hanno cominciato a nascere gli artisti della techno. I primi Prodigy, le prime cose della Warp...
In quel periodo emerge definitivamente anche Aphex Twin...
Aphex però era conosciuto, almeno a Roma, già dal ‘91. Venne a fare uno di quei rave coi nomi assurdi che andavano in quel periodo, quelle cose tipo ‘Bresaola’...
Tu invece in quel periodo ti sei un po’ fermato...
Dopo SNS 012, che infatti si chiamava Out Of Business, l’etichetta è stata ferma per quasi tre anni. Io nel frattempo ho dovuto lasciare lo studio in cui avevo fatto praticamente tutto, uno studio sotto terra con le pareti tutte nere che fino a quel momento era stato il posto della ‘creazione’. Cambiando lo studio sono cambiate pure una serie di cose a livello sonoro che poi ho messo in Friski, ovvero SNS 013, che è uscito nel ‘97 ma che era già pronto l’anno prima, e nel seguente uscito nel ‘98. In SNS 013 la musica risente addirittura dell’atmosfera del quartiere in cui l’ho fatto, Deep From Colosseum l’ho fatta nello studio che ho avuto al Colosseo mentre il retro Cleaner From Prati l’ho inciso, appunto, nello studio seguente al quartiere Prati sempre a Roma.
Il catalogo della SNS si ferma quindi al 1998?
Si, ma io ho continuato a fare dischi per varie etichette, mie e di altri. In questi anni ho fatto un disco per la Set, che è mia, uno per la tedesca Adrenachrome di The Mover e altri pezzi sparsi. Ho fatto anche un’edizione limitata nel ‘99 di 300 pezzi di un singolo per un’altra mia etichetta a cui adesso voglio dedicarmi un po’, si chiama EOC che stà per Electronic Outbording Cast ed è una label essenzialmente dedicata all’electro.    
Ora c’è questo disco della Rephlex che ti riporta nel mercato ufficiale, come è nata la vostra collaborazione?
E’ cominciata innanzitutto con i primi dischi di Aphex Twin che compravo a Londra nei primissimi anni Novanta, roba potentissima che ha influenzato me come migliaia di altri musicisti elettronici. Credo di essere stato uno dei primi a sentire e spingere i dischi di Aphex e della Rephlex a Roma, roba molto avanti per quegli anni e circondata da un alone di mistero, almeno all’inizio. Poi, negli anni seguenti, gente di Roma come Leo Annibaldi e i fratelli D’Arcangelo strinsero ancora di più il legame incidendo dischi per la Rephlex e tramite loro sono arrivati a me. Sai, Grant e Aphex (i due boss della Rephlex, n.d.r.) sono due collezionisti di dischi e avevano alcuni dischi della SNS, credo che abbiano ritenuto la mia roba curiosa e degna di attenzione e questo non può che farmi piacere. Sono contento che un’etichetta come la loro abbia deciso di documentare il mio lavoro e renderlo disponibile in tutto il mondo, questo non vuol dire che io sia parte del team della Rephlex, credo che abbiano semplicemente voluto far sapere che in Italia ci sono pure io. Una segnalazione, se vogliamo, anche folkloristica...
Il disco è una raccolta di materiale di varie epoche, chi lo ha compilato?
Loro. Io gli ho mandato due cd pieni di roba dove dentro c’era di tutto, roba edita ed inediti ai limiti dell’incomunicabilità...(ride). Ero curioso di vedere cosa avrebbero scelto e devo dire che la selezione mi soddisfa molto. Nel disco sono andati a finire pezzi vari della SNS, ma anche roba che avevo fatto per altre etichette, T.T. per esempio stava su una compilation del giornale Time Out che non è mai uscita ufficialmente, Road Hog invece stava sul disco della SET che mi pare sia del 2000. Street Vision è un inedito.
E adesso? Che succede nel tuo futuro?
Questa storia della Rephlex mi ha invogliato a fare delle cose nuove e a riavviare il cammino della SNS, fermo ormai da quattro anni. Sto cercando una nuova formula che abbia delle caratteristiche nuove, non più una cosa di ‘rottura’ però...Non c’è più niente da rompere, è venuto il momento di raccogliere i cocci e costruire qualcosa che regga.